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LUISS Open: La triplice disuguaglianza che l'Europa deve combattere

Il research magazine propone un'intervista esclusiva a Fabrizio Barca, economista ed ex ministro per la Coesione territoriale

LUISS Open Fabrizio Barca

LUISS Open ha incontrato Fabrizio Barca, economista ed ex ministro per la Coesione territoriale, durante un suo ciclo di lezioni nell'ambito del Master in European Economic Governance organizzato dalla LUISS School of European Political Economy (SEP).

La disuguaglianza è davvero un problema più americano che europeo?
In questi ultimi trent'anni, l'Europa ha vissuto la stessa storia del resto dell'Occidente, quindi non è sorprendente che sia percorsa da forti ineguaglianze economiche e sociali, cioè di qualità e di accessibilità ai servizi fondamentali come la scuola, la Sanità e la copertura digitale che consente la comunicazione moderna. L'Europa è anche caratterizzata da significative diseguaglianze di riconoscimento, cioè di mancato riconoscimento del ruolo delle persone. La diseguaglianza di riconoscimento è quella che investe un lavoratore manifatturiero in un Paese come il nostro in cui ci dimentichiamo che accendiamo la luce grazie all'industria manifatturiera. È la disuguaglianza patita da un lavoratore la cui centralità si è persa nell'eccessivo parlare di terziario avanzato e automazione. La diseguaglianza di riconoscimento è quella oggi radicata nelle aree rurali, dell'Europa come degli Stati Uniti, che avvertono di essere fuori dalla storia, fuori dalla modernità, come se i processi tecnologici e della globalizzazione inevitabilmente rendessero creative e innovative soltanto le città, assunto tra l'altro falso perché i cambiamenti climatici, l'innovazione e la domanda di diversità del capitalismo di oggi rendono le aree rurali potenzialmente ricchissime. L'insieme di queste tre diseguaglianze – reddituale, sociale e di riconoscimento – segue, in tutto l'Occidente, delle faglie territoriali.

Il tema della disuguaglianza, nelle sue varie sfaccettature, è oggi però al centro del dibattito internazionale. Sta dunque cambiando qualcosa?
Ora anche l'attenzione alle faglie territoriali è tornata nell'agenda internazionale, perfino agli occhi di mezzi d'informazione come il settimanale inglese Economist che a lungo non se n'erano occupati. L'Economist ha osservato per esempio che nei 20 anni precedenti al 2014 "il gap nel livello di produttività tra le regioni di frontiera dell'Europa e le regioni che costituiscono il 10% meno sviluppato è cresciuto del 56%", e ha aggiunto: "A meno che i policy-maker non si confronteranno seriamente con i problemi della diseguaglianza regionale, la furia degli elettori non potrà che aumentare”. Le tre diseguaglianze di cui sopra contrappongono spesso le periferie ai centri, le aree rurali rispetto alle città, e sono diventate così vistose da provocare una reazione rabbiosa verso la modernità, la globalizzazione e il cambiamento tecnologico. Tuttavia rimane il fatto che le classi dirigenti hanno sbagliato, noi abbiamo sbagliato. La ragione per cui ritroviamo tali diseguaglianze in Europa, sapientemente studiate per esempio dall'economista Branko Milanovic, non è quella indicata dalla vulgata autoritaria; tali disuguaglianze non sono cioè il risultato inevitabile delle nuove tecnologie, dell'apertura alla Cina e ai migranti. Alla radice degli squilibri ci sono invece politiche precise che non hanno saputo governare e indirizzare il cambiamento. Da qualche tempo è infatti subentrata nelle classi dirigenti la sensazione di non poter più governare il cambiamento. Questo atteggiamento è infondato. Qualcosa diventa inevitabile quando è il risultato di un processo che non hai governato ieri. Se vuoi influenzare il domani, dunque, devi governare l'oggi. Il messaggio d'impotenza diffuso dalle classi dirigenti, oltre che errato, è destabilizzante per l'opinione pubblica. Perché quando tu hai sostenuto per anni che a livello comunale non puoi fare niente se non si muovono le regioni, poi che a livello regionale non puoi fare nulla se non si muove lo Stato, che anche a livello statale non puoi fare nulla se non si muove l’Europa, allora cosa resta? In questo modo si stanno spingendo le persone verso il comunitarismo chiuso e verso l'autoritarismo.

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