COMUNICAZIONE, CONFLITTI E PROCESSI DI PACE

COMUNICAZIONE, CONFLITTI E PROCESSI DI PACE

Mattia Zunino

Obiettivi formativi

Il corso si propone di fornire agli studenti gli strumenti teorici, analitici e critici per comprendere il ruolo della comunicazione nei conflitti contemporanei e nei processi di pace. A partire da una prospettiva sociologica e attenta alla mediatizzazione, il corso intende: – offrire una cornice concettuale rigorosa per analizzare il rapporto fra media, conflitto e violenza, ancorata alla tradizione dei peace and conflict studies e alla sociologia dei processi culturali e comunicativi; – ricostruire in chiave storica le trasformazioni del giornalismo di guerra e della propaganda, dalle origini ottocentesche alle guerre digitali contemporanee; – sviluppare strumenti critici per interpretare la copertura mediale dei conflitti, dei movimenti di protesta e dei processi di pace; – esplorare le frontiere più recenti, dalla disinformazione computazionale all'intelligenza artificiale generativa, riflettendo sulle implicazioni per la democrazia e la convivenza civile; – promuovere la capacità di analizzare casi concreti (Ruanda, Iraq, Ucraina, Israele-Palestina, Colombia) attraverso le categorie discusse in aula.

Risultati di apprendimento attesi

Al termine del corso lo studente sarà in grado di: Conoscenza e comprensione: padroneggiare le principali tradizioni teoriche sul rapporto fra comunicazione, conflitto e pace (peace studies, mediatizzazione, protest paradigm); ricostruire le trasformazioni storiche del giornalismo di guerra e della propaganda; riconoscere le specificità della comunicazione dei conflitti nell'ambiente digitale contemporaneo. Capacità di applicare conoscenza e comprensione: utilizzare gli strumenti analitici acquisiti per interpretare casi concreti di copertura mediale di conflitti e movimenti. Autonomia di giudizio: valutare criticamente la qualità e l'imparzialità dell'informazione su conflitti e processi di pace, riconoscendo strategie di propaganda, disinformazione e delegittimazione. Abilità comunicative: esporre in forma orale e scritta, con linguaggio appropriato, analisi argomentate sui temi del corso. Capacità di apprendimento: leggere autonomamente letteratura scientifica internazionale e collegare i contributi a casi e dibattiti emergenti.

Contenuti Del Corso

Il corso si articola in dodici settimane e affronta il rapporto fra comunicazione, conflitti e processi di pace attraverso una pluralità di prospettive teoriche, storiche ed empiriche. La prima parte (settimane 1-2) costruisce la cornice concettuale del corso: la sociologia classica del conflitto, la teoria galtunghiana della violenza e della pace e gli studi sulla mediatizzazione del conflitto. La seconda parte (settimane 3-5) ricostruisce in chiave storica le trasformazioni del giornalismo di guerra e della propaganda: le origini ottocentesche e la svolta della Prima guerra mondiale, la copertura della Seconda guerra mondiale e il caso Vietnam, fino al "controllo riguadagnato" delle guerre post-Vietnam e all'embedded journalism della guerra al terrore. La terza parte (settimane 6-7) affronta le contro-narrazioni globali (Al Jazeera e le sfere pubbliche transnazionali alternative) e la rappresentazione mediale del conflitto: politica delle immagini, costruzione del nemico, dangerous speech. La quarta parte (settimane 8-9) analizza la conflittualità digitale contemporanea: la svolta digitale dell'informazione bellica con OSINT e citizen journalism e la disinformazione computazionale, con un focus monografico sulla guerra in Ucraina. La quinta parte (settimane 10-11) sposta lo sguardo sul versante della pace: peace journalism, ostacoli mediali ai processi di pace, comunicazione e transitional justice, memoria e riconciliazione. La settimana conclusiva (12) esplora le frontiere più recenti: intelligenza artificiale generativa, deepfake, guerra cognitiva, automazione della violenza simbolica.

Testi Di Riferimento

I materiali didattici del corso saranno costituiti da dispense fornite dal docente e da letture caricate sulla piattaforma my.luiss, accessibili agli studenti iscritti per tutta la durata del corso.

Metodologie Didattiche

Il corso adotta una pluralità di metodologie didattiche, calibrate sui diversi obiettivi formativi. Lezioni frontali partecipate: la modalità prevalente è la lezione frontale arricchita da costante interlocuzione con la classe, con presentazione e discussione critica dei concetti teorici, dei casi storici e degli studi empirici di riferimento. Analisi di casi: ogni settimana prevede l'analisi di almeno un caso concreto (Crimea, Vietnam, Iraq, Ruanda, Ucraina, Israele-Palestina) attraverso le categorie analitiche introdotte. I casi vengono trattati con materiali di varia natura: articoli di stampa, servizi televisivi, post social, video, fotografie, documenti d'archivio. Materiali audiovisivi: estratti di documentari, reportage, interviste e contenuti da piattaforme social vengono integrati nelle lezioni come oggetto di analisi. Discussione guidata: in particolare nelle settimane dedicate alle frontiere contemporanee, parte della lezione è strutturata come dibattito su questioni controverse (responsabilità delle piattaforme, neutralità del peace journalism, regolazione dell'IA generativa).

Modalità di verifica dell'apprendimento

La verifica dell'apprendimento si articola in modo differenziato per studenti frequentanti e non frequentanti. Studenti frequentanti Continuous assessment (60%): valutazione basata su una prova intermedia scritta. La prova intermedia, da svolgersi indicativamente a metà semestre, consiste in un test scritto su contenuti, concetti e categorie analitiche affrontati nelle prime sei settimane. Esame orale finale (40%): colloquio individuale che verte sui contenuti complessivi del corso. Studenti non frequentanti Essay (40%): elaborato scritto di circa 5000 parole su un tema inerente al corso, da concordare preventivamente con il docente. L'essay deve presentare un'analisi critica originale di un caso o di un dibattito teorico, condotta con gli strumenti del corso. Colloquio orale (60%): colloquio individuale sui contenuti della bibliografia di riferimento.

Criteri per l’assegnazione dell’elaborato finale

Per l'assegnazione dell'elaborato finale (tesi triennale) su temi affini a quelli trattati nel corso, non è richiesta una votazione minima nell'esame di insegnamento. I criteri privilegiati per l'assegnazione sono: – interesse genuino per la materia e in particolare per la sociologia della comunicazione, dei media e dei processi culturali, con specifica attenzione ai temi del corso (comunicazione dei conflitti, mediatizzazione, peace and conflict studies, paradigma della protesta, transizione digitale dell'informazione bellica); – sufficiente capacità di padroneggiare la lingua inglese per la lettura e la comprensione di testi scientifici, dato che una parte rilevante della letteratura di riferimento è in lingua inglese. Per avviare la procedura di assegnazione, lo studente deve presentare al docente una proposta scritta contenente: – una prima bozza di indice ragionato del lavoro; – una bibliografia minima di riferimento (almeno 8-10 titoli pertinenti). Il docente valuterà la proposta in relazione alla fattibilità del lavoro nei tempi previsti dal Regolamento Didattico, alla coerenza con i propri ambiti di competenza e alla qualità della prima impostazione presentata. Sono particolarmente valorizzate le tesi che integrano una componente empirica (analisi di un corpus mediale, studio di caso, content o discourse analysis) con un solido inquadramento teorico.

Settimana 1

Settimana 1 – Definizioni: conflitto, violenza, pace La prima settimana apre il corso fissando le coordinate concettuali fondamentali. Dopo una breve presentazione del corso e una mappa del campo interdisciplinare di riferimento, si entra subito nel cuore della grammatica analitica che attraverserà tutto il programma: che cosa intendiamo per conflitto, che cosa per violenza, che cosa per pace. Si parte dalla sociologia classica del conflitto – Simmel e Coser – per affermare un punto cruciale: il conflitto non è una patologia del sociale, ma una sua forma costitutiva, e in alcune condizioni può avere persino funzioni integrative. Su questa base si introduce la distinzione fondamentale fra conflitto (incompatibilità di obiettivi o interessi) e violenza (uso di mezzi distruttivi per gestire il conflitto): il conflitto è inevitabile, la violenza no. Il cuore della settimana è dedicato a Johan Galtung, fondatore dei peace and conflict studies e riferimento ineludibile per tutto il corso. Si presenta in modo sistematico la sua tripartizione della violenza – diretta (atti fisici), strutturale (asimmetrie sistemiche che producono sofferenza evitabile), culturale (sistemi simbolici che legittimano le altre due forme) – e si discute come questa cornice consenta di pensare la violenza ben oltre l'evento bellico, includendo dimensioni economiche, politiche, simboliche. Da qui la distinzione cruciale tra pace negativa (assenza di violenza diretta) e pace positiva (presenza di giustizia, equità, cooperazione), e il triangolo ABC del conflitto: Attitudini, Behaviour, Contraddizioni.

Settimana 2

Settimana 2 – Costruzione sociale della realtà e mediatizzazione del conflitto La seconda settimana fornisce la cornice epistemologica e teorica che orienterà la lettura dei fenomeni studiati nelle settimane successive. Si parte dalla prospettiva costruzionista di Berger e Luckmann (1966): la realtà non è un dato bruto, ma un prodotto sociale stratificato attraverso processi comunicativi (esternalizzazione, oggettivazione, internalizzazione). Anche il conflitto è oggetto comunicativamente costruito, e i media non si limitano a "rappresentarlo" – contribuiscono a definirne contorni, attori, narrazioni legittime. Da qui si introduce il concetto chiave di mediatizzazione, distinguendolo dalla più classica nozione di "rappresentazione mediale". I media non specchiano i conflitti: li costituiscono, li amplificano, li trasformano. L'arena mediale diventa uno dei terreni su cui i conflitti si svolgono e si decidono. Il concetto di diffused war per descrivere come la guerra contemporanea si propaghi attraverso ecologie mediali stratificate – broadcast, web, social, mobile – producendo regimi di percezione complessi e instabili. La guerra "diffusa" non è più contenibile nei classici dispositivi del giornalismo televisivo o della stampa: è simultaneamente ovunque e da nessuna parte, vissuta in tempo reale dagli spettatori globali e ricomposta continuamente dalle infrastrutture digitali. La discussione finale punta a mettere a fuoco come questa cornice cambi il modo stesso di porsi il problema del rapporto media/conflitto, preparando l'analisi storica che si aprirà la settimana successiva.

Settimana 3

Settimana 3 – Storia del giornalismo di guerra: dalle origini al Vietnam La settimana ricostruisce in chiave storica la nascita e le prime grandi trasformazioni del corrispondente di guerra moderno. Si parte da William Howard Russell del Times in Crimea (1854), passando per la guerra civile americana come laboratorio della fotografia documentaria (Brady) e per la guerra ispano-americana del 1898 con lo yellow journalism di Hearst e Pulitzer e la celebre frase attribuita a Hearst sulla fabbricazione del casus belli. La seconda parte è dedicata al grande spartiacque della Prima guerra mondiale. È il momento in cui la propaganda smette di essere artigianale e diventa funzione strutturale dello Stato moderno. Il Committee on Public Information di George Creel negli Stati Uniti (1917) e l'esperienza britannica di Wellington House mostrano la nascita di un apparato sistematico di gestione dell'opinione pubblica. Si presentano i contributi che teorizzeranno questa esperienza: Lasswell, Lippmann e Bernays diventano i riferimenti di un campo nascente – la ricerca sui media e l'opinione pubblica – che sta per affermarsi come disciplina autonoma.

Settimana 4

Settimana 4 – Seconda guerra mondiale e Vietnam La settimana copre i due momenti più studiati e mitizzati della storia del giornalismo di guerra novecentesco: la Seconda guerra mondiale e il Vietnam come spartiacque oltre cui tutto cambia. La prima parte affronta la Seconda guerra mondiale. La guerra tedesco-sovietica permette di esplorare un fronte spesso sottorappresentato negli studi anglofoni sui media di guerra: l'esperienza dei corrispondenti occidentali in Unione Sovietica – tra cui Henry Cassidy, Alexander Werth, Larry Lesueur, Eve Curie, Margaret Bourke-White – il sistema sovietico di censura e gestione della stampa straniera, le restrizioni d'accesso al fronte, la copertura dell'assedio di Leningrado, della battaglia di Mosca, della svolta di Stalingrado. Si discute il paradosso del giornalismo praticato tra alleati ideologicamente distanti, in cui i corrispondenti occidentali si trovano a raccontare l'Unione Sovietica. Pearl Harbor sposta il fuoco sull'altro grande snodo del 1941: l'attacco giapponese del 7 dicembre e l'entrata degli Stati Uniti in guerra come momento fondativo della "good war" americana. Si analizzano la nascita dell'Office of War Information, il giornalismo radiofonico di Edward R. Murrow da Londra, il giornalismo umanizzante di Ernie Pyle dal fronte, i documentari della serie Why We Fight di Frank Capra, e la mitologia del corrispondente di guerra come eroe nazionale. La Seconda guerra mondiale appare così come la fase di massima coincidenza tra giornalismo, propaganda di Stato e immaginario popolare – una saldatura che si incrinerà solo con il Vietnam. La seconda parte si concentra proprio sulla rottura vietnamita. La "prima guerra televisiva" porta nelle case americane immagini non filtrate del combattimento; emergono giovani corrispondenti critici come David Halberstam, Neil Sheehan, Peter Arnett; le immagini iconiche – l'esecuzione del prigioniero vietcong di Eddie Adams, la bambina del napalm di Nick Ut, il massacro di My Lai – modificano la percezione pubblica della guerra.

Settimana 5

Settimana 5 – Dal "controllo riguadagnato" alla guerra al terrore La settimana copre la fase post-Vietnam, in cui i comandi militari elaborano una strategia di controllo riguadagnato sull'informazione, e arriva fino all'embedded journalism della guerra al terrore. Falkland 1982: i giornalisti britannici imbarcati sulle navi della Royal Navy, dipendenza totale dai militari per le comunicazioni satellitari, censura. Granada 1983 e Panama 1989: gli USA escludono di fatto la stampa nei primi giorni. La Guerra del Golfo del 1990-91 segna il debutto della "guerra in diretta CNN": il pool system, i briefing di Schwarzkopf, le immagini delle smart bombs, ma paradossalmente pochissime immagini reali del combattimento. Si introduce qui il dibattito sul CNN effect, l'idea che la copertura televisiva in tempo reale costringa i decisori politici ad agire. Nella seconda parte la lente si sposta sul war on terror: l'11 settembre come evento mediale globale, la cornice del war on terror e la sua circolazione mediale. L'invasione dell'Afghanistan e poi dell'Iraq nel 2003 introduce l'embedded journalism come strategia consapevole del Pentagono per umanizzare la guerra dal punto di vista delle truppe americane. Si rileggono i cinque filtri di Manufacturing Consent (Herman e Chomsky) alla luce della copertura della guerra al terrore: il caso delle armi di distruzione di massa e le scuse del New York Times nel 2004 come esempio paradigmatico. Il concetto di militainment, la fusione di giornalismo, videogame, film hollywoodiani e propaganda militare come forma compiuta di mediatizzazione bellica.

Settimana 6

Settimana 6 – Contro-narrazioni globali e prova intermedia La settimana ha un duplice obiettivo: ampliare lo sguardo verso le contro-narrazioni globali Nella prima parte si analizza l'emergere di sfere pubbliche transnazionali alternative al monopolio narrativo occidentale. La nascita di Al Jazeera nel 1996 e il suo ruolo nella copertura dell'Afghanistan e dell'Iraq vengono studiati come caso di contro-narrazione globale che ha mostrato la guerra "dall'altra parte". Prova intermedia

Settimana 7

Settimana 7 – Politica delle immagini e dangerous speech La settimana affronta la dimensione visuale e simbolica del conflitto, mostrando come la rappresentazione mediale non sia mai neutrale ma produca effetti politici, etici e talvolta direttamente catalizzatori di violenza. Nella prima parte si lavora sulla politica delle immagini di guerra. Si approfondirà la nozione di grievability differenziale delle vite: i frame mediali stabiliscono quali vite contano come vite, quali morti contano come perdite. Si analizzano alcune immagini iconiche – la bambina del napalm, Aylan Kurdi, le fotografie di Bucha, Gaza, Mariupol – per mettere in luce le asimmetrie nei regimi di visibilità e nelle gerarchie del lutto pubblico. Nella seconda parte si introduce il concetto di dangerous speech: discorsi che hanno un'alta probabilità di catalizzare violenza di massa, modellizzati attraverso cinque elementi (oratore, audience, atto del discorso, contesto, mezzo). Il modello viene applicato al caso paradigmatico di Radio Télévision Libre des Mille Collines in Ruanda (1993-94): il ruolo della radio nella mobilitazione del genocidio, il linguaggio della disumanizzazione.

Settimana 8

Settimana 8 – La svolta digitale: movimenti, OSINT, citizen journalism La settimana analizza la trasformazione delle pratiche comunicative legate ai conflitti nell'era digitale, evitando sia il determinismo tecnologico sia la nostalgia per l'età aurea del giornalismo broadcast. La prima parte apre con la narrazione delle "rivoluzioni Twitter" e "Facebook revolutions" del 2009-2011 (Iran, Tunisia, Egitto) e con la sua decostruzione critica. Evgeny Morozov, in The Net Delusion (2011), smonta il cyberutopismo e l'Internet-centrismo come errori analitici sistematici. Zeynep Tufekci, in Twitter and Tear Gas (2017), mostra che i movimenti digitali raggiungono rapidamente una scala di mobilitazione ma sono spesso fragili dal punto di vista organizzativo: i regimi imparano in fretta a controbattere. Casi recenti come Hong Kong 2019, Bielorussia 2020, Iran 2022 e le proteste in Russia consentono di discutere la differenza fra connettività e organizzazione, e l'asimmetria tra capacità di mobilitazione iniziale e capacità di sostenere il movimento. Ci si aggancia retrospettivamente al protest paradigm: i social cambiano davvero la copertura mediale del dissenso? Nella seconda parte si analizza la trasformazione delle pratiche giornalistiche di guerra. L'open source intelligence come nuova pratica giornalistica: dal lavoro pionieristico di Brown Moses (Eliot Higgins) sulla Siria alla nascita di Bellingcat nel 2014 e ai suoi casi (MH17, avvelenamento Skripal, Ucraina). Le tecniche – geolocalizzazione, cronolocalizzazione, analisi di metadati, verifica di video amatoriali – e le ambiguità: chi finanzia OSINT? Quale rapporto con le intelligence statali? Il citizen journalism in Siria (i White Helmets, le campagne di delegittimazione russe). Come cambia la figura del corrispondente di guerra: dal reporter "in trincea" all'analista da remoto.

Settimana 9

Settimana 9 – Disinformazione e caso Ucraina La settimana ruota attorno alla guerra in Ucraina come laboratorio della comunicazione bellica contemporanea, preceduta da un quadro analitico sulla disinformazione e la propaganda computazionale. Nella prima parte si presenta la tassonomia di Wardle e Derakhshan (2017), che distingue misinformation (errore non intenzionale), disinformation (intenzionale e dannosa) e malinformation (informazione vera usata per nuocere), articolata in sette tipi di information disorder. La propaganda computazionale viene esaminata nelle sue dimensioni operative: bot, sockpuppet, troll farms, astroturfing. La seconda parte propone un caso studio approfondito sulla comunicazione del conflitto in ucraina.

Settimana 10

Settimana 10 – Comunicazione per la pace La settimana apre il versante "pace" del corso e affronta la domanda: i media possono favorire i processi di pace, oppure ne sono strutturalmente un ostacolo? Si parte dal programma originario di Galtung del 1986, On the Role of the Media in Worldwide Security and Peace, dove vengono delineati i principi di un giornalismo orientato alla pace anziché alla guerra. Si analizzeranno le coppie oppositive war journalism / peace journalism attraverso quattro orientamenti: verso pace e conflitto vs. guerra e violenza; verso verità vs. propaganda; verso le persone vs. le élite; verso le soluzioni vs. la vittoria. Si presentano le evidenze empiriche – studi sperimentali e di campo – sull'efficacia del peace journalism nel modificare la percezione del pubblico, e gli sviluppi recenti del constructive journalism e del solutions journalism.

Settimana 11

Settimana 11 – Memoria, post-conflitto, riconciliazione La settimana chiude la parabola "conflitto-pace-memoria" del corso, mostrando come il modo in cui i conflitti vengono raccontati, ricordati e rimossi sia esso stesso parte costitutiva dei processi di pace e delle loro fragilità. Si introduce la transitional justice come campo: commissioni verità e riconciliazione (Sudafrica 1996, Cile, Argentina, Perù, Sierra Leone, Colombia), tribunali penali internazionali, riparazioni, riforme istituzionali. Particolare attenzione viene dedicata al ruolo dei media nel rendere pubbliche le testimonianze: la TRC sudafricana e la sua trasmissione televisiva come caso paradigmatico di mediatizzazione del post-conflitto. Si introducono le categorie della memoria culturale e della media memory: come i media costruiscono e trasformano la memoria collettiva dei conflitti, quali narrazioni vengono trasmesse alle generazioni successive, quali silenzi e rimozioni si stratificano nel tempo.

Settimana 12

Settimana 12 – Frontiere contemporanee: IA, guerra cognitiva, sintesi del corso La settimana chiude il corso con uno sguardo prospettico sulle trasformazioni più recenti della comunicazione dei conflitti e una sintesi dei fili rossi attraversati nei tre mesi di lavoro. Nella prima parte si affronta la trasformazione che l'intelligenza artificiale generativa sta producendo nella comunicazione bellica. Si distinguono diversi livelli: produzione di contenuti sintetici (deepfake video e audio, immagini generative come Midjourney, testi prodotti da LLM); manipolazione di contenuti esistenti (face-swapping, voice cloning); automazione su scala della propaganda (LLM al servizio di troll farms, generazione di fake news a basso costo). Si analizzano casi recenti e l'uso documentato di IA nelle campagne di influenza russe e cinesi. Nella seconda parte la lezione si sposta dal piano dei contenuti a quello dei sistemi. Si introduce il concetto NATO di cognitive warfare e le sue critiche: la guerra cognitiva come estensione della guerra dell'informazione che prende come campo di battaglia non più le narrazioni ma i processi cognitivi e attentivi stessi. Si discutono le piattaforme algoritmiche come infrastrutture di guerra cognitiva e tre direzioni di ricerca aperte: l'automazione della violenza (sistemi di targeting algoritmico), il nesso climate-conflict-media, la platform geopolitics (splinternet, sovranità digitale).